VENEZIA. La Mostra ha chiuso
con un film che rappresentava in concorso il pianeta
Marte. Non
altrimenti sapremmo definire, L'ultimo tuffo di João César Monteiro, e
in generale tutto il cinema portoghese, che con pochissime eccezioni (il divertentissimo ICannibali di Oliveira, ad esempio)
ci sembra sempre provenire da un altro mondo.
Non siamo mai
stati in Portogallo. Affari nostri, direte voi. Ma ci piacerebbe andarci per
capire che razza di paese è. Ai festival capita di incontrare cinematografie
aliene. Ma mai abbiamo provato una sensazione di distanza psicologica e
culturale come di fronte ai film portoghesi. Sono opere in cui tutto succede (si fa per dire) secondo una logica
mentale e narrativa del tutto lunare. Non
raccontano mai nulla. Gli attori
recitano in modo
surreale, lasciando cadere frasi
che sembrano o scherzi o sentenze. Gli ambienti sono spesso lievemente
squallidi. Prevalgono colori pastello
(giallo limone, verdolino). Più che film, sembrano testimonianze di una civiltà
vissuta in altri tempi. È il cinema di Atlantide.
Aggiungete che João César Monteiro, 53
anni, è forse il cineasta portoghese più strano, e capirete perché l´Ultimo
tuffo ci sia risultato del tutto misterioso. È un film che in 85 minuti
cambia registro almeno cinque volte. Inizia come una commedia grottesca. Un
uomo anziano vede un giovane seduto sul molo. Si avvicina. Gli dice: «La
osservo da due ore e dodici minuti e ha scoreggiato cinque volte. Lei
dev'essere venuto qui con qualche idea in testa». I due vanno a casa del
vecchio. Lì c'è una moglie paralitica che insulta il marito in modo atroce. I
due non se ne curano, mangiano la minestra (in tempo reale: l'inquadratura dura
6-7 minuti, con gli attori seduti di spalle e l'ininterrotto turpiloquio della donna fuori campo),
escono. In un night il vecchio rimorchia tre prostitute, una delle quali è sua
figlia, sordomuta.
Primo ribaltone: dalla commedia si passa al
documentario turistico, i cinque girano per la Lisbona notturna, passano da una
festa all'altra, ballano, si sbronzano e poi vanno in albergo. La consueta
dialettica Eros-Thanatos, amore e morte, viene sintetizzata nell'assonanza
(anche portoghese) fra «trombosi» e «trombata». Giorno dopo, terza giravolta:
20 minuti buoni di teatro danza, con due esecuzioni della danza dei sette veli
di Salomè. Nella prima c'è la musica, nella seconda, poiché balla la sordomuta,
c'è solo silenzio; e vi lasciamo immaginare la gazzarra in proiezione, mezza
sala urlava «voce!», mentre l'altra mezza, esperta dei trucchi di Monteiro,
mormorava «shhh!», indispettita. Fine dei balletti, si passa al dramma (il
vecchio si suicida), poi il quinto registro è quello dell'idillio. Il giovane fugge
tra i girasoli con la sordomuta,
che ha riacquistato la parola ma parla in francese (forse perché tale è
l'attrice, Fabienne Babe). Finale con schermo nero e voce fuori campo
che recita dei versi (bellissimi) dell' Iperione di Hölderlin.
Grande è la confusione sotto il cielo, e
grande è li dubbio: Monteiro è un .genio incompreso e incomprensibile, o un
abile furbacchione che
ci prende tutti per i fondelli? Forse bisognerebbe vedere il film come
una successione di sogni a occhi aperti, destrutturati, gratuiti, coerenti solo
con se stessi. Lasciarselo scorrere adosso, seguire l'istinto. Ma ce ne vuole,
di pazienza...
Alberto
Crespi
Publicado
no jornal "L´Unità", 1992.